martedì 31 marzo 2009

Lo scettro perduto della Zarina


Ho letto volentieri l'articolo scritto e pubblicato da Nicola Fangareggi su Reggio24ore.com: un'analisi lucida, completa e a mio personale parere abbastanza veritiera della situazione politica reggiana dopo l'esplosione della "bomba-Spaggiari".

Lo propongo di seguito in versione quasi integrale (cliccare qui per leggere tutto l'articolo nella sede originaria)

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di Nicola Fangareggi

(...) La candidatura di Antonella Spaggiari è (...) un atto di trasparenza che rende visibile a tutti ciò che dapprima lo era solo agli occhi più accorti. Non c’entra la politica intesa come confronto di forze rese differenti da patrimoni ideali, valori di riferimento, tradizioni, progettualità. Trattasi di mera lotta per la conquista (o la tutela) di quote di potere da occupare o da riguadagnare.

E’ nella stessa nozione trasfigurata di civismo, non a caso più volte richiamata nelle dichiarazioni di Carlo Baldi e della stessa Spaggiari, che si racchiude il senso dell’avventura che si è voluto far nascere. Il carattere civico nasconde l’estraneità del progetto a un autentico ancoraggio politico. Non si fa riferimento a soggetti politici consolidati per la semplice ragione che non è politico l’obiettivo finale. Non importa se il gatto sia bianco o nero, l’importante è che prenda il topo: lo sosteneva Deng Xiao Ping, liquidatore del maoismo e principe della modernizzazione cinese. Nel pragmatismo eletto a dogma scompare la necessità stessa del confronto politico. Siamo su quella strada.

A quella saletta dell’Astoria dove sabato scorso ha annunciato il suo ritorno in campo, Antonella Spaggiari ha iniziato a pensare più o meno consapevolmente cinque anni fa, nel momento in cui fu costretta dalla legge a lasciare il municipio.

Fosse stato per lei avrebbe fatto il sindaco a vita. Iniziò nel 1991. Esisteva ancora l’Unione Sovietica e in Italia governava il pentapartito. Non esistevano internet, gli sms, Mani Pulite e Forza Italia. Era un altro mondo. La Spaggiari divenne sindaco per nomina decisa dal comitato federale del Pci reggiano perché Giulio Fantuzzi - oggi segretario del Pd, vedi la nemesi storica - optò per il Parlamento Europeo dove era stato sorprendentemente eletto due anni prima.

La legge italiana fissa in due mandati il limite massimo per svolgere la funzione di sindaco. Succede anche per il presidente degli Stati Uniti e persino in Russia. Il legislatore pone un confine alla permanenza nella stessa carica per lungo tempo proprio per scongiurare i sintomi dell’attaccamento smodato alla carica. La legge intervenne nel corso del primo mandato della Spaggiari: quindi se ne fece tre, di mandati, potendo presentarsi nel 1995 come se fosse la prima volta e nel 1999 come se fosse la seconda.

Tredici anni al potere possono dare luogo a sintomi di dipendenza. Anche per questo la conclusione obbligata venne vissuta dalla Spaggiari come un trauma, quasi un’usurpazione.

Diversamente da chi l’aveva preceduta - i Bonazzi, i Benassi, lo stesso Fantuzzi - lei respinse ogni proposta di carriera al di fuori di Reggio. Disse no a un seggio romano e alla corsa per l’Europarlamento. Chiese (o meglio, impose) di installarsi alla Fondazione Manodori, altro snodo cruciale del potere reggiano, a pochi metri di distanza anche fisica dal municipio. E da lì continuò a tessere le sue trame. In chiave sempre più personale e sempre più distante dal suo partito, i Ds, e della coalizione ulivista della quale era stata fervida sostenitrice.

Gli uomini rimasti legati a lei dopo il lungo regno municipale condussero durante i cinque anni una battaglia più o meno strisciante ai danni del mal sopportato successore, il cattolico Graziano Delrio. I Malagoli e i Corradini combatterono in trincea spuntando regolarmente, in barba a ogni principio di rinnovamento, ulteriori e lauti incarichi pubblici.

Delrio credette di poter venire a patti con la fronda spaggiariana. Concesse nomine e poltrone. Impose a se stesso imbarazzati silenzi quando la Spaggiari volle gettarsi a testa bassa nell’investimento su Unicredit, esponendo il patrimonio della Fondazione alle oscillazioni della Borsa con i disastrosi risultati che oggi vediamo. Chiuse un occhio anche quando nel consiglio generale della Manodori entrò la consorte di Franco Bonferroni, silenzioso e potente ex notabile Dc inviso alla sinistra democristiana dal cui filone culturale Delrio proviene e dalla quale è storicamente e largamente ricambiato. Fu, quello, un atto simbolico di muscolare autonomia. Stabilì la nascita di un centro di potere autosufficiente, operativo tra la finanza, l’economia e la politica, dichiaratamente estraneo alla consueta dialettica istituzionale.

Anziché affrontare la questione di petto, come sarebbe stato necessario, e sciogliere dal principio quell’anomalia, da Ds e Margherita venne scelta la strategia dell’appeasement, dell’abbozzo. Nella convinzione che la ex Zarina di Massenzatico avrebbe infine accettato la convivenza sotto lo stesso tetto politico, accontentandosi del proprio ruolo. Convinzione errata.

Chi fin da allora aveva messo in risalto l’ambiguità di quell’equilibrio di poteri, prevedendone le inevitabili conseguenze, non venne ascoltato. Per convenienza più che per convinzione, a dire il vero. Perché il parziale rinnovamento del gruppo dirigente finì per riguardare la sola Margherita e non i Ds. Da cui derivò uno squilibrio: Delrio e i suoi assunsero il controllo in punta di piedi, consapevoli e quasi intimiditi dai rapporti di forza tra Ds e Margherita. Mentre i diessini rimasero fermi nella cristallizzazione dei rapporti di forza interni, che a distanza di vent’anni vedono ancora sulla breccia gli stessi medesimi protagonisti. La nomina di Giulio Fantuzzi alla guida del neonato Partito democratico ne fu un’evidente conferma.

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Sino all’ultimo, malgrado i numerosi e coincidenti segnali, nessun dirigente del Pd ha veramente creduto che Antonella Spaggiari potesse spingersi tanto in là.

Nella piccola storia di Reggio Emilia la rottura avvenuta è epocale. Essa rappresenta il tramonto definitivo di quella legge non scritta che stabilisce, nonostante trascorrano gli anni e piovano i rovesci, l’impraticabilità, l’inaccettabilità del tradimento politico. Ciò che resta dell’antico senso di appartenenza nel mondo della sinistra riformista emiliana avverte come uno choc la fuga in terre nemiche dell’ex ragazza di Massenzatico.

La fuga avviene nel momento più drammatico per la sinistra italiana. Fateci caso: l’addio spaggiariano alla casa dei padri coincide con la nascita del Popolo della libertà, ossia con il berlusconismo che si costituisce in partito unico ponendo un’ipoteca sul futuro del Paese per i prossimi decenni.

Di questa analisi non vi è traccia nel percorso di Spaggiari, Cantarelli, Baldi e compagnia. La contingenza delle vicende nazionali è del tutto estranea al loro attuale vissuto. Esiste invece un calcolo preciso delle vicende locali. Le destre esultano, i Filippi e gli Alessandri cantano vittoria. Non avrebbero potuto desiderare di meglio. Perfino a Reggio Emilia, roccaforte sino ad ora inespugnabile persino per il berlusconismo trionfante in tutta Italia, la vittoria della sinistra è messa in serio pericolo. Sino a qualche mese fa era solo un sogno. Grazie alla Spaggiari quel sogno ora può diventare realtà.

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Si apre una fase completamente nuova per la vita politica di Reggio. (...) La strategia spaggiariana è chiara. Essa mira a costringere Delrio al ballottaggio e a dovere scendere a patti, in vista del secondo turno, in una rinegoziazione degli spazi e degli interessi in gioco.

La ex Zarina conta sull’appoggio più o meno esplicito di varie componenti che tuttora albergano nel Pd. E’ in quello spazio che si gioca la vera partita. Udc e area Baldi, da sole, non garantiscono certo un risultato sufficiente. La Spaggiari coltiva interessi nel mondo economico, nelle categorie produttive, nella cooperazione, nella scuola. Da presidente della Manodori ha elargito parecchio negli anni scorsi. E a differenza di Delrio gode di ottima stampa.

Non stupisce, perciò, anche ancora nessuno le abbia chiesto conto della sua attuale posizione. Non sarebbe forse stato buon costume presentare le dimissioni dalla presidenza della Manodori un minuto di prima di annunciare la propria candidatura a sindaco? Non vi è un palese conflitto di interessi tra chi ha iniziato una campagna elettorale in prima persona e chi è chiamato a gestire il patrimonio della fondazione bancaria, che appartiene per legge all’intera comunità?

Ma in questo groviglio di privato e politico, in questo cumulo di commistioni tra sfera personale e sfera pubblica, i principi dell’etica sono da tempo stati dimenticati e riposti in soffitta. E’ una lotta di potere, si diceva. E come tale sarà verosimilmente combattuta.

Spaggiari, Pdl e Lega marciano divisi per colpire uniti. Il reciproco interesse è chiaro. Fabio Filippi, che parte da una base di partenza più solida, ambisce ad arrivare secondo e a giocarsela con Delrio. Il leghista Alessandri ha il vento in poppa e confida sull’onda lunga del voto nordista. Entrambi sanno di poter pagare un prezzo all’avventura spaggiariana, che in teoria può sottrarre consensi anche a loro. Ma è un prezzo che pagano ben volentieri.

Con Lega e Pdl la Spaggiari gioca di sponda. Conta di mettersi nel mezzo e di assumere, se le urne le daranno il consenso necessario, il ruolo di perno per poi poter negoziare da posizioni di forza. Le disgrazie del Pd nazionale la stanno aiutando. Se i dati dei sondaggi dovessero essere confermati e tradotti nel contesto reggiano oggi il Pd da solo non raggiungerebbe quota 40%. La strada è tutta in salita. (...)
La Spaggiari ha scelto di mettere alla prova la propria indispensabilità per il governo delle cose di Reggio Emilia. La sua è un’invocazione al popolo. E’ come se dicesse: sono migliore di chi è venuto dopo di me, sono la Zarina, ridatemi lo scettro. E’ suo diritto proporsi. Saranno i cittadini a rispondere.

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